La fede da ateo e da credente (considerazioni molto personali)

Stupa Di Boudhanath

Dai tredici anni, uscito da un gruppo cattolico giovanile, fino ai 33 mi sono considerato un ateo. Per me non esisteva nient’altro che la vita qui ed ora, senza nessun giudizio e senza neanche un possibile appello.

La fede era da me semplicemente considerata un puntello per i deboli, per quelli che non ce la fanno ad affrontare la vita senza un qualche salvagente, senza un “aiutino”; la interpretavo semplicemente come una debolezza, che creava uno spartiacque tra me e loro, i fedeli.

Poi, a trentadue anni, dopo la morte di mio padre, cominciai a farmi delle domande sulla vita, sulla verità  di questo buio assoluto che accoglierebbe la vita al suo termine. Mi chiesi se poi, tutti questi milioni (anzi miliardi) di persone che hanno nel loro cuore una speranza in più, fossero davvero tutti “stupidi” e deboli come li avevo considerati fino ad allora.

Qualche persona, qualche casualità , mi misero in connessione con una attrice che si stava dedicando allora alla ricerca spirituale, Shirley McLaine. Da lei (o dal suo gruppo) ricevetti una lettera firmata che allegava un elenco di libri di diverse tradizioni spirituali, occidentali ed orientali, e che mi invitava a leggere, ad informarmi, a cercare.

Un anno dopo, le casualità  erano diventate sempre più frequenti, i miei incontri misteriosamente si dipanavano lungo un sottile filo di continuità  che mi portavano sempre più vicino al buddismo.

E qui, feci la mia scelta. Ma non è questo il punto importante, questa è solo la cornice.

Cos’è la fede ora, per me, da credente, dopo quasi vent’anni da allora?

E’ un sentimento, una sensazione meravigliosa, che a volte è presente in modo tangibile e sensibile, a volte è nascosto nelle pieghe della vita quotidiana, sotto coltri di pigrizia e di consuetudini che addormentano lo spirito vigile e consapevole.

Un sentimento di completezza, di leggerezza. La sensazione di essere, nonostante tutti i problemi e le avversità , capace di venirne fuori con dignità , rispettando gli altri attori del gioco; la consapevolezza di essere un alieno per una società  che, ormai, idolatra il suo vitello d’oro e non si accorge dell’esistenza di nient’altro.

E’ un misto di tradizione e di novità , la tradizione che ti fa sentire vicino a tutti i tuoi antenati e a quelli prima di loro, e che ti fa condividere la parte più profonda e significativa della cultura umana.

E’ la novità  di dovere, e potere, interpretare questa parte profonda in un nuovo scenario, in una nuova parte, in una recita di cui non conosci mai il finale, ma che sai benissimo che saprai recitare fino in fondo.

E’, in fondo, l’essenza del significato dello stare al mondo.

Devo le mie scuse a coloro che allora avevo così sottovalutato, con una precisazione: lo stesso errore non lo compio, oggi, nei confronti di chi non ha (forse non ancora) una fede. Ognuno di noi deve fare un suo percorso, più o meno accidentato, ma in fondo comune.

E quindi è degno di rispetto.

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